mercoledì 2 gennaio 2013




BELLEZZE DELLA LIRICA GRECA ANTICA

Patrick Manuello


L'acqua è il bene supremo. L'oro scintillante come una fiamma che s'accende nella notte, oscura ogni altro vertice di ricchezza. Se tu vuoi celebrare i giochi, mio cuore, non cercare nella luce diurna, nel deserto cielo, un astro più ardente e luminoso del sole: no, non credere di poter cantare un agone più grande di quello di Olimpia” (trad. di G. Bonelli)

Con questi versi solenni e dalla sintassi complessa si apre la Prima Olimpica di Pindaro, ode composta per la vittoria di un corsiero delle scuderie di Ierone di Siracusa nel 476 a. C..
Ci sorprende la precisione dei tratti, il soffermarsi sui colori, sulla luce potente – allora come oggi – della terra ellenica. Il poeta celebra Olimpia riferendosi all'abbagliante luce del sole, immagine che in maniera suggestiva richiama “l'oro scintillante” come un fuoco che illumina l'oscurità della notte.
Pochissime immagini, dunque, ci mettono davanti ad un mondo scomparso per sempre, ma che il canto potente di questi autori è ancora capace di rievocare. Vale la pena di riportare anche il passo in cui Pindaro (sempre nella Prima Olimpica, 95 segg.) descrive in una manciata di versi il profondo significato di Olimpia e dei suoi giochi:

È là, ad Olimpia, che si affrontano i corridori più veloci, là che si giudicano la forza, il valore, la resistenza alle fatiche. E il vincitore, per il resto della sua vita, conosce la felicità e la gioia che gli vengono dai giochi. È una gioia che si trasmette nel tempo, nei giorni: è la gloria, bene supremo per gli uomini”.

Benché per noi la produzione lirica della Grecia antica sia in buona parte un desolante insieme di frammenti – veri e propri relitti di opere ben più lunghe e strettamente legate al contesto storico-sociale – i pochi testi conservati della lirica greca hanno ancora oggi la capacità di conquistare il lettore: non solo un pubblico di specialisti della filologia classica, ma chiunque voglia fare un salto indietro nel tempo alle radici della nostra cultura e della nostra poesia.

Perché questa condizione frammentaria? Si tratta di un fenomeno complesso legato alle vicende storico-culturali del mondo antico (in particolar modo dell'età imperiale). In breve, possiamo dire che, se un testo non godeva di sufficiente circolazione e se sopravviveva solo in poche copie (papiri), questo era tristemente destinato a scomparire seguendo inevitabilmente la sorte del supporto materiale (a meno che non venissero realizzate delle copie). La circolazione di un testo dipende da molti fattori, ma l'attualità è forse il fattore determinante. Versi pensati, ad esempio, per un gruppo ristretto di uomini riuniti in un simposio sull'isola di Lesbo nel VII secolo a. C. difficilmente potevano essere compresi in ogni parte dai lettori dell'età di Augusto, per i quali l'attualità di quei carmi era ormai pura storia antica. Senza contare che certe particolarità metriche o linguistiche (nel caso di Lesbo il dialetto eolico) potevano creare difficoltà ai greci stessi abituati, dopo l'età di Alessandro Magno, ad un greco (koinè dialektos) basato sulla lingua di Atene (depurata, però, dai tratti più dialettali dell'attico). La massa di papiri raccolti all'interno della celeberrima biblioteca di Alessandria era così estesa (si parla, ma forse la cifra è gonfiata, di 700.000 rotoli) che gli antichi sentirono la necessità di realizzare delle antologie di poesia, compiendo in tal modo una vera e propria selezione (operazione che senza dubbio fu influenzata dalle scuole) dell'enorme patrimonio letterario della classicità. Accanto alla formazione di veri e propri canoni (quello dei lirici comprendeva 9 poeti), risultato di una riflessione critica sui testi (si pensi, ad esempio, alle sette tragedie di Eschilo e Sofocle), bisogna anche considerare la drammatica perdita di opere causata dalle distruzioni delle biblioteche in seguito ai saccheggi e agli incendi provocati da eventi fortuiti o dalle guerre. Le sabbie dell'Egitto ci hanno preservato porzioni di testi antichi di lunghezza variabile (regalandoci anche sorprendenti ritrovamenti), ma sono forse le citazioni dei grammatici e degli eruditi tardi la fonte più importante della poesia lirica greca. A volte gli eruditi ci consentono di ricostruire il contesto del frammento, ma in molti casi il lirico antico viene citato solo per alcune particolarità grammaticali o per rilevare curiosità antiquarie. Senza questi eruditi il panorama della lirica greca antica a nostra disposizione sarebbe, purtroppo, misera cosa. Diverso, per nostra fortuna, è il caso di Pindaro, dal momento che quattro libri di epinici (canti composti per le vittorie agli agoni sportivi) ci sono stati tramandati dalla tradizione medievale permettendoci in tal modo di poter leggere un gran numero di odi integre.

*
Il mondo della poesia lirica greca è estremamente complesso, eppure, come il passo di Pindaro citato sopra sembra suggerirci, quei versi trattano tematiche legate alla vita dell'uomo e della natura attraverso immagini precise ed estremamente concrete che richiamano, per così dire, la precisione dei dettagli anatomici della statuaria greca classica. Nella poesia lirica greca troviamo, infatti, espressi tutti quei sentimenti e situazioni in cui anche l'uomo moderno ha modo di imbattersi: ira, odio, amori, gelosie, tristezza, gioia, miti primavere e inverni tempestosi e gelidi. Tutte queste tematiche, ovviamente, sono inserite in un quadro storico-culturale che non è sempre agevole decifrare – soprattutto quando troviamo allusioni a eventi storici, personaggi o miti poco conosciuti – per il semplice fatto che il destinatario di quei carmi era ora la comunità cittadina ora un tiaso femminile o un simposio di soli uomini.
Ma se è d'obbligo una certa prudenza nel momento dello studio critico di un determinato autore (compito del filologo e dello studioso), è altrettanto vero che ognuno di noi può ritrovare in quella manciata di versi i tratti di una umanità che è parte anche di noi. Leggiamo i seguenti versi di Archiloco:

Guarda Glauco: ecco, dalle onde è agitato
il mare profondo; attorno alle cime di Gire,
dritta si staglia una nube, segno di tempesta;
ci coglie all'improvviso la paura” (fr. 125 West)

A prescindere dalle problematiche legate alla ricostruzione del contesto del frammento (discorso che vale per la quasi totalità della lirica greca antica), un qualsiasi lettore non avrà difficoltà a riconoscere in questi versi composti nel VII secolo a. C. una situazione naturale ancora attuale. Oppure si legga quello che rimane di una poesia composta in una occasione di lutto cittadino:

...tali uomini sommerse l'onda del mare fragoroso,
e gonfi per le sofferenze abbiamo i polmoni. Ma su!
Gli dei per i mali irreparabili posero come medicina
la potente sopportazione.
Questo tocca all'uno ora all'altro:
adesso è verso di noi che si volge, e lamentiamo una ferita sanguinosa,
poi passerà ad altri.
Ma su, al più presto, sopportate, respingendo il femmineo cordoglio” (fr. 13 West)

Nei due testi archilochei riportati sopra è protagonista il mare, elemento naturale che insinuandosi in tutta la penisola greca è forse quello più importante dell'intera civiltà ellenica.
In questi versi composti da Alceo (poeta nato a Mitilene sull'isola di Lesbo intorno al 630 a. C.), invece, viene descritta una tempesta che affligge una nave quale simbolo di uno sconvolgimento politico (notizia che deriva dalle Allegorie di Eraclito):

Non capisco l'insorgere dei venti.
Di qui rotola un'onda di là un'altra,
noi in mezzo siamo trascinati con la nave nera,
lacerata, e squarci enormi lungo di essa,
cedono le sartie, i timoni (sono in avaria)...
il carico è scaraventato all'esterno, una parte è trascinata in alto....” (fr. 208a Voigt)

mentre dal comportamento di un ben noto animale marino (il polpo) Teognide (VI a. C.) ricava insegnamenti validi anche per la vita umana:

Rivolgi a tutti gli amici, o cuore, un animo duttile,
adeguando il tuo umore a quello di ognuno.
Assumi la natura del polipo dalle molte pieghe,
che sembra a vedersi simile alla pietra cui aderisce.
Una volta così assentisci; un'altra divieni diverso di pelle:
l'abilità vale più dell'intransigenza” (vv. 213-218 Young trad. di F. Sisti)

Si tratta di una metafora che è attestata anche in un frammento pindarico (fr. 43 Maehler) e che ci riporta ad una saggezza pratica dal sapore proverbiale:

Adatta, o figlio, la mente alla pelle
della pietrale bestia marina
e frequenta la gente di tutti i paesi;
condiscendi volentieri ai presenti,
all'occasione muta i pensieri” (trad. di B. Gentili)

Lo stesso Teognide, un aristocratico di Megara Nisea costretto all'esilio in seguito al declino della sua classe sociale, ci ha lasciato questi struggenti versi sul rimpianto della patria:

Giunsi una volta nella terra di Sicilia:
giunsi nella pianura dell'Eubea, ricca di viti;
e a Sparta, splendente città del fiume Eurota, che nutre canne.
Al mio arrivo, mi accoglievano tutti benevolmente,
ma nessuna gioia penetrò per questo nell'animo mio,
poiché nulla è più caro della propria patria” (vv. 783-788 Young trad. di F. Sisti)

Torniamo ad alcune scene paesaggistiche. Se è vero che la lingua greca antica non ha una parola corrispondente al nostro termine “natura” (del resto, la mancanza del termine non implica necessariamente l'assenza del concetto), è altrettanto vero che la natura rappresenta molto spesso lo sfondo delle liriche giunte fino a noi. Meritatamente famosa è questa descrizione della quiete notturna del poeta corale Alcmane (attivo a Sparta nella seconda metà del VII sec. a. C.):

Dormono le cime dei monti e le gole,
le balze e le forre;
la selva e gli animali che nutre la terra nera:
le fiere dei monti e la stirpe delle api,
e i pesci nella profondità del mare agitato.
Dormono le stirpi degli uccelli dalle ali distese” (fr. 159 Calame trad. di F. Sisti)

Il testo in questione presenta tutte le problematiche filologiche ed esegetiche derivanti dallo stato frammentario. Non sappiamo, infatti, se la descrizione naturale fosse autosufficiente o se servisse o a contrapporre la tranquillità della natura selvaggia all'inquietudine del parlante (che non è necessariamente l'io del poeta) oppure se fosse semplicemente lo sfondo di qualche rituale notturno forse legato al culto di Dioniso. Purtroppo neppure chi ci ha tramandato il frammento è di nostro aiuto (Apollonio Sofista, Lessico omerico), dal momento che l'interesse per la citazione del testo di Alcmane deriva unicamente dalla presenza di una parola di origine omerica (κνώδαλον “animale selvaggio” in Omero mentre “mostro marino” in Alcmane). Ad ogni modo, la limpidezza dei versi e la semplicità della sintassi hanno reso famoso questo relitto poetico come pochi altri (viene ripreso, ad esempio, nel celebre film Mediterraneo di Gabriele Salvatores).
Il già menzionato Alceo è autore di alcuni versi dedicati ad una incantevole descrizione di un fiume della Tracia e delle ragazze che si bagnano nelle sue acque:

Ebro, bellissimo tu tra i fiumi, sfoci
presso Eno, nel mare agitato,
rumoreggiando per la terra tracia
ti frequentano molte fanciulle;
e tu sei gioia per le mani delicate
lungo le cosce belle. Sono ammaliate
dalla tua acqua divina che è come unguento” (fr. 45 Voigt trad. di F. Sisti)

mentre Saffo, la famosa poetessa dell'isola di Lesbo (seconda metà del VII sec. a. C.), usa l'immagine dei venti potenti che flagellavano l'isola per esprimere la passione tempestosa dell'amore:

Eros mi sconquassa la mente,
come vento in montagna
che picchia sulle querce” (fr. 47 Voigt)

oppure ricorre all'immagine della luna che oscura le stelle per paragonare (nella parte perduta) la bellezza di una fanciulla:

Le stelle intorno alla luna bella
nascondono di nuovo l'aspetto luminoso,
quando essa, piena, risplende
sulla terra” (fr. 34 Voigt trad. di F. Sisti)

della stessa mano, forse (dato che il frammento è citato senza nome dell'autore), questa descrizione notturna in cui la voce parlante (che, lo ripetiamo, non è necessariamente la poetessa in prima persona) lamenta la propria solitudine notturna:

Tramontata è la luna e le Pleiadi:
a mezzo è la notte:
il tempo trascorre;
e io dormo sola” (fr. 168b Voigt trad. di F. Sisti)

Qui, a prescindere dalla paternità dei versi, appare problematico l'uso del termine greco ora (lat. hora) del terzo verso. Nel caso in cui significhi "tempo" allora dobbiamo pensare che la poetessa (o il poeta) si stesse riferendo a quella precisa notte senza luna, mentre se lo traduciamo con "giovinezza" allora dobbiamo intendere il carme come un rimpianto per il trascorrere di questa fase della vita e di tutti i piaceri connessi (entrambe le eventualità possono coesistere)

Torniamo ad un poeta che abbiamo già incontrato in questa nostra rassegna: Alceo. Ateneo, un erudito di età imperiale (II d. C.) autore dei Deipnosofisti (I sapienti a banchetto), rimprovera (X, 430 ab) l'antico poeta per essere stato eccessivamente incline al vino e alle sbronze. In effetti, possiamo riscontrare in Alceo un frequente invito alla bevuta sia in occasione dell'alternanza delle stagioni sia in momenti di tristezza, dolore o gioia. Questi tre frammenti che seguono l'alternanza delle stagioni sono eloquenti e non necessitano di ulteriori spiegazioni:

Zeus fa piovere, dal cielo grande
tempesta, i fiumi sono ghiacciati...
quindi......
Scaccia l'inverno, aggiungendo
fuoco, mescola vino senza risparmio
mielato ed attorno alle tempie
morbida lana avvolgi. (fr. 338 Voigt)

Bagna i polmoni col vino, l'astro compie il suo giro,
la stagione molesta, ogni cosa è assetata dalla vampa del sole,
risuona tra le foglie la dolce cicala...
fiorisce il cardo ed ora le donne molto libidinose,
mentre gli uomini senza vigore, perché la testa e le ginocchia
inaridisce”. (fr. 347 Voigt)

La primavera fiorita sentivo arrivare..
mescetemi al più presto di vino mielato
un cratere. (fr. 367 Voigt)

E sempre da Alceo deriva il noto proverbio latino “in vino veritas”, il quale, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è attestato nelle letterature classiche in questa forma (è documentato così solo a partire dal Medioevo):

Vino (oinos), caro ragazzo, e verità (kai alathea)...” (fr. 366 Voigt)

Tra le varie riprese letterarie di questo testo vale la pena menzionare un epigramma erotico di Asclepiade (Alessandria d'Egitto III sec. a. C.), dove al vino viene attribuita la capacità di svelare i sentimenti amorosi:

Il vino è prova dell'amore.
Lui che negava di amare Nicagora
è stato beffato dai numerosi bicchieri.
Pianse, dondolò il capo con lo sguardo abbattuto,
senza che gli rimanesse attaccata la corona alla testa”. (Anth. Pal., XII, 135)

Un frammento alcaico altrettanto famoso, invece, attribuisce al vino il compito di allontanare i dolori (tema presente in tanta letteratura classica e moderna) come se fosse un vero e proprio farmaco:

Beviamo, perché attendere che si faccia sera e si accendano le luci?
Il giorno è breve come un dito!
Ragazzo, tira giù le grandi coppe variopinte.
Il vino, che fa dimenticare il dolore,
lo ha donato agli uomini il figlio di Semele e Zeus.
Versa mescendo una e due parti da cima a fondo,
e che una tazza cacci via l'altra”. (fr. 346 Voigt)

Questo frammento contiene uno dei motivi del fascino intramontabile della lirica greca antica: la capacità di esprimere le inquietudini dell'uomo nei confronti del proprio destino insieme ad un sano attaccamento alle gioie della vita. I greci, pur essendo consapevoli della precaria condizione della vita umana, sapevano infatti valorizzare quei momenti e tutte quelle attività in cui l'uomo può riscattare la propria condizione. Sia che si tratti di una competizione ad Olimpia sia che ci si trovi di fronte ad un banchetto in molta poesia lirica troviamo l'invito a saper sfruttare al meglio il proprio tempo (Orazio dirà “carpe diem) apprezzando in ogni istante della vita tutto ciò che provoca piacere.

La grecità dei lirici (VII-VI e parte del V sec. a. C.) sembra non conoscere (o ignorare) certe dottrine filosofico-religiose incentrate sul disprezzo della fisicità e dei suoi conseguenti piaceri. Manca ancora, dunque, la speranza di una vera vita ultraterrena contrapposta a questa esistenza mortale triste e fondamentalmente decaduta. Un proverbio greco contenuto in un componimento di Pindaro (Pitica III, 81) afferma che “per un bene due mali assegnano agli uomini gli dei immortali”, mentre per Mimnermo (VII sec. a. C.) i doni di Afrodite e della giovinezza sono l'unico bene che dà senso della vita:

Che vita, che gioia senza Afrodite aurea?
Potessi morire, quando queste cose non mi stessero più a cuore,
segreti amorosi, i dolci doni ed il letto,
soli fiori di giovinezza
bramati da uomini e donne. Ma dopo che è giunta
la dolorosa vecchiaia, che rende l'uomo brutto e maligno,
sempre gli consumano il cuore pensieri brutti
senza provare gioia nel guardare i raggi del sole,
ma è odiato dai ragazzi e disprezzato dalle donne.
Così dolorosa fece un dio la vecchiaia”. (fr. 1 West)

al punto che, venendo meno questi doni, è preferibile la morte:

Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell'età
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dee ci stanno sempre a fianco,
l'una con il segno della grave vecchiaia
e l'altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto della giovinezza,
come luce d'un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita” (fr. 2 West trad. di S. Quasimodo)

Questo disprezzo della vecchiaia, assai lontano dall'idea di una superiore serenità e saggezza senile, assume le tinte più cupe nel poeta Anacreonte, che operò presso la corte del tiranno Policrate di Samo (533-522 a. C.) e, ad Atene, presso il Pisistratide Ipparco. Tra i suoi frammenti (i grammatici alessandrini divisero l'opera di Alcmane in nove o dieci libri) incentrati sull'eros troviamo anche alcuni versi in cui all'orrore per le mutazioni fisiche causate dalla vecchiaia si unisce lo spavento per l'imminente morte:

Ormai canute sono le mie
tempie; e bianco il capo:
la giovinezza amabile
non c'è più, e vecchi sono i denti:
della vita dolce non molto
è il tempo che resta.
Per questo io piango
spesso, temendo il Tartaro.
Terribile è l'antro
di Ade: penosa
è la discesa; e per chi è andato giù
è destino non risalire” (fr. 36 Gentili trad. di F. Sisti)

A conferma di quanto abbiamo detto a proposito della capacità dei lirici greci di saper parlare del “male di vivere” ma anche dei piaceri dell'esistenza, si leggano i seguenti versi erotici del medesimo Anacreonte:

Di Cleobulo sono innamorato;
per Cleobulo impazzisco;
Cleobulo io guardo fisso”. (fr. 5 Gentili trad. di F. Sisti)

Di nuovo, con un maglio grande Eros, come un fabbro,
mi colpì, e in un torrente gelido mi immerse” ( fr. 25 Gentili trad. di F. Sisti)

Porta l'acqua, porta il vino, ragazzo,
porta a noi corone
fiorite: fare a pugni
con Eros io non voglio” (fr. 38 Gentili trad. di F. Sisti)

mentre questi frammenti ci presentano sia il modo tradizionale di fare il simposio, diluendo il vino con l'acqua, sia il gusto per la trasgressione di tale rituale (la bevuta scitica di vino puro):

Su portami un orcio, ragazzo,
perché d'un fiato beva, versando dieci misure
d'acqua e cinque di vino,
affinché violentemente, ecco,
di nuovo baccheggi” (fr. 356/11a)

suvvia, ecco non più di nuovo così,
con fracasso e urla,
pratichiamo col vino
la bevuta scitica,
ma sorseggiando fra begli inni” (fr. 356/ 11b)

Bellissima anche queste scena di un pranzo, immancabile bevuta e corteggiamento dell'amata:

Ho pranzato spezzando un pezzetto di focaccina sottile,
ma di vino ho tracannato un orcio;
ora raffinatamente pizzico l'amabile pettide
facendo una serenata per la cara ragazza raffinata”. (fr. 93 Gentili)

Esaminando la produzione poetica dei lirici greci troviamo accanto a quadri solari o malinconici scene in cui l'artista non nasconde il proprio rancore nei confronti di rivali o nemici politici.
Un frammento di attribuzione controversa (Ipponatte o, più verosimilmente, Archiloco) appartenente agli “epodi di Strasburgo” (due frustoli di papiro conservati nella Biblioteca Universitaria di Strasburgo che ci hanno restituito tre distinte composizioni mutile) contiene una maledizione contro un ex-amico spergiuro:

...sballottato dai flutti; e a Salmidesso,
nudo, lo accolgano assai benevolmente
i Traci dall'alta chioma.
Li darà fondo a molti mali,
mangiando pane servile,
lui irrigidito dal gelo;
fuori dalla spuma grondi di molte alghe,
e batta i denti, come un cane
giacendo sulla bocca per la debolezza,
sul limite della battigia...
questo vorrei che provasse
colui che mi fece torto,
e calpestò i giuramenti,
mentre prima era un amico” (fr. 194.4-16 Degani)

In questi versi imitati dal poeta latino Orazio (Epodo 10 “Mala soluta navis exit alite ferens olentem Mevium. ut horridis utrumque verberes latus, Auster, memento fluctibus”..“sciolti gli ormeggi, con funesti auspici, salpa/la nave dell'odioso Mevio: scatenando i marosi, flagellagli i fianchi, ricorda, ricordalo, Austro” trad. di M. Ramous) viene rovesciata l'abitudine di comporre delle liriche rivolte ad amici in procinto di intraprendere dei viaggi (nell'antichità viaggiare poteva comportare diversi pericoli per la presenza di banditi o, trattandosi di viaggi per mare, a causa di improvvise tempeste). Inaspettatamente anche la poetessa dell'amore, Saffo, è autrice di una maledizione contro una nemica che morirà anonimamente senza alcuna speranza di ottenere l'immortalità poetica (“le rose di Pieria”, dove la Pieria indica una regione dell'antica Macedonia considerata il luogo di nascita delle Muse): 
 
Morta giacerai né mai memoria di te
resterà alcuna, neppure in futuro.
Non prendi parte infatti alle rose di Pieria,
ma vagherai nella casa di Ade
fra le ombre dei morti indistinte
svanita” (fr. 55 Voigt)

Oppure si leggano queste invettive di Ipponatte (seconda metà del VI a. C.) rivolte contro lo scultore Bupalo, reo di aver realizzato una caricatura del poeta (probabilmente anche un rivale d'amore) e che ci fanno venire in mente certa poesia comico-realistica italiana (Cecco Angiolieri in primis):

Quale tagliaombelichi ti raschiò,
e ti sciacquò mentre scalciavi, te fulminato da Zeus” (fr. 33 Degani trad. di F. Sisti)

Tenetemi il mantello: ch'io colpisca l'occhio di Bupalo.

Sono ambidestro; e quando picchio non sbaglio” (frr. 121-122 Degani trad. di F. Sisti)


Questi frammenti sembrano confermare l'immagine di poeta maledetto ante litteram, di mendico facile alla rissa in qualche sobborgo di Efeso o di Clazomene. In realtà, studi più attenti e condotti su basi filologiche sembrano aver dimostrato che la poesia di Ipponatte si è sviluppata in seno all'aristocrazia (classe sociale di provenienza del poeta stesso) e che è il risultato di una polemica “antiborghese”. Il realismo, dunque, delle situazioni e del linguaggio avrebbe, pertanto, una motivazione umoristica e parodica all'interno di un simposio aristocratico. Il fatto poi che l'io del poeta e quello dei frammenti coincidano o meno è, del resto, un aspetto secondario, dal momento che l'interesse per queste liriche sta piuttosto nella tematica in quanto tale, in quel crudo realismo, anticipatore della commedia, delle descrizioni di pezzenti e diseredati.
Riportiamo ancora questi brani in cui il poeta ci parla delle modeste richieste di un povero di allora:

A me Pluto, che è cieco assai, non è mai venuto in casa
e ha detto: «Ipponatte, ti do trenta mine d'argento e tanto altro ancora» :
è vigliacco d'animo” (fr. 44 Degani)

Ai mali abbandonerò l'animo mio che molto geme,
se non mi mandi subito uno staio
d'orzo. Farò della farina un ciceone (bevanda ottenuta da vino, farina e formaggio)
da bere come rimedio al mio cattivo stato” (fr. 48 Degani trad. di F. Sisti)

Ermes, caro Ermes, Cillenio, figlio di Maia,
t'invoco: ho un freddo cane
e batto i denti” (fr. 42a Degani)

Da' un mantello a Ipponatte, e una corta tunichetta,
sandaletti e babucce; e di oro
sessanta stateri, sull'altro piatto” (fr. 42b Degani)

A me tu hai dato una tunica pesante,
riparo dal freddo d'inverno,
né con babbucce spesse mi copristi
i piedi, perché non mi scoppino i geloni” (fr. 43 Degani)

A questo punto il quadro che abbiamo presentato dovrebbe bastare per avere un'idea, seppur sommaria, dei colori e delle tonalità della lirica greca. Chiudiamo con l'autore che aveva aperto questa rassegna: Pindaro, il più grande dei poeti lirici (Quintiliano: novem vero lyricorum longe princeps)

Creature di un giorno,
che cosa mai è qualcuno,
che cosa mai nessuno?
Sogno di un'ombra è l'uomo.
Ma quando un bagliore discende dal dio,
fulgida luce risplende sugli uomini
e dolce è la vita” (Pitiche, VIII, 135 segg. trad. di B. Gentili)


INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE


-Alceo, Frammenti, a cura di A. Porro, Firenze 1996.
-Antologia Palatina, a cura di C. Vassalini, Milano 1968.
-M. Cavalli (a cura di), Il miele di Afrodite, tredici secoli di poesia d'amore in Grecia e in Roma, Milano 1991.
-F. De Martino-O. Vox, La Musa e il canto, antologia di lirici greci, Roma-Bari 1995.
-Lirici greci, a cura di U. Albini, Milano 1990.
-Lirici greci, a cura di G. Bottonelli, L. Ferroni, L. Galasso, F. Montana, Milano 2005.
-Saffo, Frammenti, a cura di A. Aloni, Firenze 1997.

-C. Del Grande, Filologia minore, studi di poesia e storia nella Grecia antica, Milano-Napoli 1961.
-B. Lavagnini, Da Mimnermo a Callimaco, contributi esegetici e critici ai lirici greci, Torino 1949.
-B. Marzullo, Studi di poesia eolica, Firenze 1958.
-R. Pfeiffer, Storia della filologia classica, trad. it., Napoli 1973.
-L. D. Reynolds-N. G. Wilson, Copisti e filologi, trad. it., Padova 1969.

-A. Meillet, Lineamenti di storia della lingua greca, trad. it., Torino 1976.
-V. Pisani, Manuale storico della lingua greca, Firenze 1947.


-C. Calame, I greci e l'Eros. Simboli, pratiche, luoghi, trad. it., Roma-Bari 1992.
-E. Degani, Studi su Ipponatte, Bari 1984.
-M. Fantuzzi-R. Hunter, Muse e modelli. La poesia ellenistica da Alessandro Magno ad Augusto, Roma-Bari 2002.
-H. Fränkel, Poesia e filosofia della Grecia arcaica, trad. it., Bologna 1997.
-M. Pohlenz, L'uomo greco, trad. it., Firenze 1962.
-B. Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo, trad. it., Torino 1963.
-W. Scott, The Oral Nature of the Homeric Simile, Leiden 1974.
-R. Tosi, Dizionario delle sentenze latine e greche, Milano 1991.
-M. Vetta (a cura di), Poesia e simposio nella Grecia antica, Roma-Bari 1983.

Copyright

Copyright © 2009 Patrick Manuello, Italy.
Tutto il materiale (escluse le foto che sono di pubblico dominio) contenuto in questo blog è da ritenersi di proprietà esclusiva dell' autore, che ne detiene tutti i diritti e ne vieta la riproduzione a scopo di lucro, anche parziale, in qualsiasi forma, senza previa autorizzazione. Le traduzioni dei testi greci sono opera dell'autore o sono tratte da libri pubblicati. Nel caso di traduzioni altrui l'autore ha provveduto ad indicare sempre il nome del traduttore.